COVER STORY INTERVIEW
GIACOMO MAIOLINI – TIME RECORDS
Giacomo Maiolini, classe 1963, nasce a Pedrocca, una frazione di Cazzago San Martino in provincia di Brescia. È il genio dietro la Time Records, che ha fondato nel 1984 e gestisce ancora oggi. È uno dei discografici italiani più importanti a livello mondiale, con una ricca carriera che vanta dischi di platino, diamante e Grammy Awards. Notevoli i suoi successi, infatti è l’unico discografico italiano ad aver raggiunto il primo posto nella classifica di vendite inglese per ben quattro volte e nel 1985 ha avuto un ruolo fondamentale nella nascita del genere “Eurobeat”. E ancora, ha lanciato etichette come ITALIAN STYLE e RISE e ha dato vita alla compilation “Deejay Parade”. Negli anni 2000, ha saputo adattare Time Records ai cambiamenti del mercato discografico, continuando a collezionare successi. Ad oggi Giacomo Maiolini conta migliaia di dischi, con vendite che hanno raggiunto milioni di copie, soprattutto in Giappone. Resterà nella storia della musica italiana la sua intuizione (che ha reso l’evento ancora più memorabile) di portare al Festival di Sanremo i due DJ di fama internazionale Bob Sinclar e Gigi D’Agostino, donando alla kermesse sanremese una nuova veste tutta da scoprire. Grande creativo e ideatore di diverse società nel settore musicale, si conferma personaggio fondamentale nella gestione dei diritti musicali. Insomma, la sua storia è piena di successi e non sembra voler finire presto. Ad oggi, nel 2026, Giacomo Maiolini sta vivendo una nuova fase di espansione creativa. La pubblicazione del suo primo libro autobiografico, “Mai avuto tempo”, edito da Feltrinelli, gli ha permesso di condividere con il grande pubblico le tappe fondamentali della sua vita, bilanciando aneddoti personali e visioni imprenditoriali.
Nel frattempo, Giacomo Maiolini è diventato uno dei volti più discussi e autorevoli della TV italiana come opinionista a Canzonissima 2026. Il suo marchio di fabbrica? Essere il giudice severo e controcorrente dello show. Soprannominato il “Signor No”, Giacomo non fa sconti a nessuno, nemmeno ai big della musica. Nel programma porta un mix perfetto di competenza tecnica e pragmatismo: mentre tutti si lasciano trasportare dalle emozioni, lui valuta i brani con l’occhio cinico del mercato, analizzando il potenziale reale di ogni pezzo. In pratica, la voce dell’industria musicale prestata alla televisione. Dalla guida delle classifiche globali al giudizio in prima serata, il suo approccio rimane lo stesso: ascoltare, scegliere e, con la schiettezza che lo contraddistingue, saper dire di no. Abbiamo avuto il piacere di rivolgergli qualche domanda sul suo percorso.
Nel libro emerge una figura complessa, lontana dallo stereotipo del discografico gelido. Qual è l’aspetto della sua personalità che il pubblico scoprirà tra le pagine e che non è mai trapelato dalle sue produzioni? Chi mi conosce solo attraverso i dischi della Time Records pensa a me come a una macchina da guerra della scuderia dance: numeri, classifiche, intuizioni commerciali fulminee. Ma dietro ai miliardi di streaming c’è un uomo che ha vissuto ogni singolo successo e ogni singolo fallimento sulla propria pelle, con una sensibilità che spesso ho dovuto proteggere. Tra le pagine emergerà sicuramente la mia vulnerabilità, il legame viscerale con la mia terra, Brescia, e quel senso di instancabile ricerca che non è dettato dal business, ma da una profonda urgenza emotiva. Scopriranno che dietro il “re della dance” c’è un uomo che si commuove ancora per il coraggio di un artista e che ha dovuto imparare a gestire la solitudine che spesso si prova quando si sta al comando.
Scrivere la propria storia significa spesso fare i conti con il passato. C’è un capitolo della sua vita professionale che ha trovato particolarmente difficile da mettere nero su bianco? Senza dubbio il momento del passaggio dal supporto fisico, i milioni di vinili e CD venduti, all’era del digitale e dello streaming. Non è stata solo una transizione tecnologica, è stato un terremoto psicologico.
Vedere il mercato per cui avevo lottato e investito cambiare pelle così rapidamente mi ha costretto a rimettere tutto in discussione. Mettere nero su bianco quei momenti di incertezza, in cui non sapevo se la Time sarebbe sopravvissuta o se sarei rimasto schiacciato dal futuro, è stato doloroso. Significa ammettere di aver avuto paura. Ma è stato anche terapeutico, perché mi ha ricordato come siamo riusciti a rialzarci, reinventandoci da zero.
Per decenni lei è stato l’architetto invisibile di successi planetari, preferendo far parlare la musica. Cosa l’ha spinta, proprio ora, a uscire dall’ombra e a metterci letteralmente la faccia? C’è un momento nella vita in cui guardi indietro e senti il bisogno di unire i puntini. Per trent’anni ho vissuto nell’ombra, felice che a brillare fossero le hit mondiali che facevano ballare i club da Ibiza a Tokyo. Oggi il mondo della musica è cambiato: tutto è velocissimo, liquido, a volte quasi usa e getta. Ho sentito l’esigenza di fermare il tempo e dire: “Guardate che dietro a quel click, a quella traccia che ascoltate distrattamente nelle playlist, c’è stata una storia epica fatta di viaggi, di intuizioni notturne, di contratti firmati su un tovagliolo di carta e di tanta, tanta vita”. Volevo che rimanesse una traccia indelebile della nostra storia.
A Canzonissima il pubblico l’ha ribattezzata il “Mister No” della giuria. Si riconosce in questa etichetta o pensa che la televisione stia solo scoprendo il lato più pragmatico del lavoro di un grande discografico? Mi fa sorridere questo soprannome, ma la verità è che io non vado in televisione per fare un personaggio o per compiacere qualcuno. Vengo da quarant’anni di militanza sul campo, dove un “sì” o un “no” detto al momento sbagliato possono decretare il successo di un progetto o farti perdere milioni di investimenti. A Canzonissima porto semplicemente l’orecchio di chi deve capire se un pezzo, oltre a emozionare in studio, ha le gambe per girare in radio, finire nelle playlist che contano e funzionare sul mercato. Se dico ‘no’, non è per cattiveria: è il mio modo di rispettare la musica e gli artisti stessi. I complimenti finti non hanno mai aiutato nessuno a costruire una carriera.
Questa sua “uscita allo scoperto” ha influenzato il suo modo di fare scouting? L’istinto per lo scouting non cambia, è un fuoco che hai dentro o non hai. Quando ascolto una traccia o guardo un artista, cerco ancora quel brivido nello stomaco che mi fa dire “questo spaccherà”. Tuttavia, metterci la faccia mi rende ancora più responsabile. Oggi, quando propongo la mia visione a un giovane talento, non parlo più solo a nome di un marchio di successo, ma porto con me il peso e l’autorevolezza della mia storia personale. I ragazzi oggi cercano l’autenticità: vedere che il fondatore ci mette la faccia dà loro una sicurezza diversa.
Come vede oggi il rapporto tra creatività musicale e intelligenza artificiale? Stimolante e affascinante. Io non sono un apocalittico, per citare Umberto Eco: sono un integrato. Alla Time Records stiamo sperimentando l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Diamo all’intelligenza artificiale gli input relativi all’umore del brano, all’interpretazione. Poi andiamo a far ascoltare i provini ai cantanti, che così possono farsi un’idea più precisa del progetto. Una volta, invece, bisognava trovare una vocalist che registrasse il provino e con quel provino andare a cercare la cantante per la versione finale. L’intelligenza artificiale ha sostituito questo passaggio delicatissimo. È un aiuto, ma da sola non basta: serve creatività.