BIGMOOD INTERVIEW
MARCO MAZZI – DJ MAG ITALIA
Incontrare qualcuno che sa ancora guardare le cose da una prospettiva diversa, senza fermarsi alle solite conclusioni, è merce rara. Marco Mazzi ha proprio questo dono: un pensiero denso, nutrito da quell’approccio quasi filosofico che lo porta a cercare il senso profondo in tutto ciò che osserva. Questa sua impronta intellettuale è ciò che rende la sua strada così personale e inimitabile; Marco riesce a dare una luce diversa a cose che per molti sono scontate. In queste pagine, Marco racconta vent’anni di trasformazioni che hanno cambiato il modo di vivere e raccontare la musica elettronica.
Com’è nata l’idea di portare DJ Mag in Italia? L’idea è nata da un’esigenza ben precisa. Da oltre quarant’anni mi occupo di tecnologia per DJ. Dopo la chiusura di due storiche testate specializzate, verso la metà degli anni Duemila, in Italia non esisteva più un mezzo capace di raccontare questo settore. Internet non aveva ancora il ruolo che conosciamo oggi, i social network non esistevano e, all’improvviso, erano venuti a mancare gli strumenti per parlare non solo di DJ, ma anche di tecnologia, club, eventi, produttori e di tutto l’universo che ruota attorno a questa figura. Avevo saputo che in quel periodo DJ Mag, la rivista di riferimento mondiale del settore, stava valutando l’apertura di edizioni internazionali e chiesi di incontrare l’editore inglese. Parlammo della possibilità di aprire l’edizione italiana e, raggiunto l’accordo, trovai in Paolo Corciulo, già editore e direttore di Suono, la più autorevole rivista italiana dedicata all’alta fedeltà, la persona che credette nel progetto e ne rese possibile la pubblicazione in Italia. Di questo gli sarò per sempre grato. Così, nel maggio del 2010, uscì il primo numero di DJ Mag Italia, con l’obiettivo di offrire anche al pubblico italiano una testata autorevole, capace di raccontare e valorizzare la scena italiana con uno sguardo internazionale.
Come si mantiene intatta l’autorevolezza di una testata giornalistica al tempo dei social? Con l’autorevolezza. Sembra una risposta banale, ma non lo è. Essere appassionati di musica elettronica, frequentare festival, vivere i club o fare il DJ non significa saper raccontare questo mondo. La passione, da sola, non basta ed è spesso sopravvalutata. L’autorevolezza nasce dalla disciplina, dal metodo, dall’etica professionale, dalla capacità di essere credibili nel tempo e da una forma di sana ossessione per i dettagli. Chiunque abbia lavorato nel giornalismo, nella critica musicale o nella comunicazione sa che consumare un contenuto e saperlo raccontare sono due competenze completamente diverse. Il giornalista è colui che riesce a rimanere dietro la notizia e a raccontarla con capacità di analisi critica mettendo al centro i fatti e non sé stesso. Al contrario, sui social, prevalgono spesso autoreferenzialità, protagonismo e ricerca di visibilità. I social sono pieni di persone che hanno bisogno di mostrarsi “in the place to be” o accanto a qualcuno per assorbirne l’autorevolezza. Detto questo, i social non sono il male assoluto, danno voce anche a professionisti e persone competenti in grado di contribuire a un dibattito che, senza questi strumenti, forse non avrebbe mai avuto la possibilità di esistere.
Qual è la copertina di cui sei più orgoglioso? Senza dubbio quella che abbiamo dedicato a Papa Francesco in occasione della sua elezione al soglio pontificio. Quell’anno Palazzo Reale di Milano ospitava una grande mostra dedicata ad Andy Warhol e ci venne l’idea di realizzare una copertina ispirata alla sua Pop Art, accompagnata da un claim che avrebbe potuto essere interpretato come provocatorio: “God is a DJ”. DJ Mag Italia fu la prima rivista musicale italiana a dedicare una copertina a Papa Francesco, quattro anni prima che altre testate musicali italiane facessero la stessa scelta. Sono particolarmente orgoglioso di quella copertina perché riuscì a coniugare creatività, attualità e rispetto. Non voleva essere una provocazione, ma un omaggio a un momento storico e a una figura destinata a lasciare un segno profondo nel nostro tempo.
Qual è il cambiamento più radicale che hai visto avvenire nel mondo della musica in questi dieci anni? La musica ha smesso di essere soltanto qualcosa da ascoltare ed è diventata un’esperienza da vivere. Per decenni il centro dell’industria musicale è stato il disco: prima il vinile, poi il CD e infine lo streaming. Oggi, invece, il vero valore è l’esperienza. Le persone non acquistano un biglietto soltanto per sentire un DJ. Vogliono vivere un momento irripetibile, condividere un’emozione, sentirsi parte di una comunità e poter dire: “Io c’ero”.
È per questo che festival e grandi eventi continuano a crescere. La musica è solo uno degli elementi dell’esperienza, insieme ai visual, alle scenografie e alla condivisione. L’esempio più evidente è Anyma allo Sphere di Las Vegas. Nessuno compra un biglietto soltanto per ascoltare un DJ: va per vivere un’esperienza immersiva in cui musica, arte, tecnologia e spettacolo si fondono in qualcosa di unico. Lo stesso vale per David Guetta allo Stade de France e per Gabry Ponte a San Siro: fino a pochi anni fa era impensabile che un DJ potesse essere il protagonista assoluto di uno stadio. Oggi è la naturale evoluzione della musica elettronica.
David Guetta ha vinto per la quinta volta nel 2025 la Top 100 DJ: c’è un ricambio generazionale all’orizzonte o i “big” sono imbattibili? In realtà, il ricambio generazionale è già avvenuto. Dal 2021 David Guetta e Martin Garrix si alternano stabilmente tra il primo e il secondo posto della DJ Mag Top 100 DJs. Garrix è entrato nelle prime tre posizioni della classifica quando aveva appena 19 anni e, dai 20 anni in poi, si è alternato al primo posto con artisti che hanno vent’anni più di lui. Questo dimostra due cose: da un lato che il ricambio generazionale è già in atto, dall’altro che il talento e la capacità di innovare possono superare l’età anagrafica. I grandi nomi continuano a essere competitivi perché hanno saputo evolversi, ma il ricambio generazionale non è una previsione: è una realtà. E Martin Garrix ne è, probabilmente, la dimostrazione più evidente.
Cosa manca a un top club italiano per arrivare in cima alla Top 100? Non credo che ai club italiani manchi qualcosa. Se oggi l’Italia è il quarto Paese più rappresentato nella DJ Mag Top 100 Clubs, con sette locali in classifica, significa che il livello qualitativo c’è ed è riconosciuto a livello internazionale. Piuttosto, credo che al settore manchi un contesto più favorevole. Servirebbe un’informazione generalista capace di raccontare i club come luoghi di cultura, creatività, innovazione e aggregazione. Servirebbero meno burocrazia, meno pregiudizi e una maggiore consapevolezza del valore economico, turistico e culturale che questo comparto è in grado di generare. In Paesi come Spagna, Paesi Bassi, Germania, Regno Unito e Belgio, la club culture è ormai riconosciuta come parte integrante dell’offerta culturale e dell’attrattività del territorio. Credo che anche l’Italia abbia tutte le carte in regola per compiere questo stesso percorso.
Chi è il personaggio del momento? Senza dubbio Anyma, e non da oggi. È uno dei più grandi motivi di orgoglio italiani nel panorama internazionale della musica elettronica. È un vero game changer: ha cambiato le regole del gioco, alzato l’asticella e portato il DJ set a un livello di spettacolarità che, fino a pochi anni fa, sembrava impensabile. Se Eric Prydz, con HOLO, ha rivoluzionato il concetto di visual show applicato alla musica elettronica, Anyma ne ha compiuto il passo successivo. Non si è limitato a portare i visual a un livello superiore, ma li ha trasformati in uno strumento narrativo. Oggi le immagini non accompagnano più semplicemente la musica: ne fanno parte. La differenza è che HOLO rappresentava una straordinaria evoluzione del linguaggio visivo, mentre Anyma ha trasformato quel linguaggio in una forma espressiva completa. Lo Sphere di Las Vegas non ha creato questa visione, ma le ha offerto il palcoscenico ideale per manifestarsi nella sua forma più compiuta.
Ti occupi di DJ Mag da quasi vent’anni, dove vedi la rivista e la scena elettronica italiana tra altri venti? Non ho la palla di cristallo e, sinceramente, diffido sempre di chi pretende di prevedere come sarà il domani. Posso però dire ciò che mi auguro. Vorrei che DJ Mag Italia continuasse a essere un punto di riferimento autorevole, indipendentemente dal formato attraverso cui verrà letta. Tra vent’anni forse non parleremo più di riviste nel senso tradizionale del termine, forse non parleremo nemmeno più di informazione online e di social network come li conosciamo oggi, ma ci sarà ancora bisogno di qualcuno capace di selezionare, approfondire, contestualizzare e distinguere ciò che conta davvero dal rumore di fondo. Gli strumenti cambiano. L’autorevolezza, se è autentica, resta. Per quanto riguarda la scena elettronica italiana, spero che riesca finalmente a ottenere il riconoscimento culturale, economico e istituzionale che merita. L’Italia possiede artisti, club, festival, professionisti e aziende che non hanno nulla da invidiare al resto del mondo. Tra vent’anni mi auguro quindi di vedere una scena meno frammentata, più consapevole del proprio valore e capace di fare sistema. Il futuro non si prevede. Si costruisce. E si costruisce con competenza, visione e coraggio.