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ALESSIA BODEI: IL MIO SANREMO
Sanremo non è una città durante il Festival. È un organismo acceso. Respira, vibra, macina storie ventiquattr’ore su ventiquattro. E basta varcare l’ingresso del Teatro Ariston per capire che qui non si celebra solo una gara: si mette in scena un pezzo d’Italia. Sono arrivata come inviata di Big Mood con l’intenzione di guardare oltre il palco. E ho trovato un sistema perfettamente orchestrato, dove ogni metro quadrato produce contenuto, relazioni, visibilità. La memoria storica passa dal Forte Santa Tecla, dove l’omaggio a Pippo Baudo non è semplice nostalgia ma promemoria di quanto questo Festival abbia plasmato l’immaginario collettivo. Sanremo non dimentica, stratifica. Poi c’è la strada. In Piazza Colombo il Suzuki Stage resta il termometro reale del pubblico. La piazza si accende ogni sera con una sequenza di live molto attesi – tra cui Gaia, Bresh, The Kolors e Francesco Gabbani – in un flusso continuo che tiene il centro di Sanremo in costante ebollizione. Qui l’energia è diretta, democratica, quasi fisica. Dentro l’Ariston si consuma il rito, fuori si misura il battito. A pochi passi, il Villaggio delle Radio è un centro nevralgico che non conosce pause: dirette continue, interviste al volo, palinsesti speciali e feste serali dove le emittenti trasformano la notte sanremese in un prolungamento strategico del Festival. Dentro la sala stampa dell’Ariston il clima cambia. Ogni giorno conferenze fitte, domande serrate, dichiarazioni che in pochi minuti fanno il giro del Paese. 1.492 giornalisti accreditati da tutto il mondo: un numero che racconta meglio di qualsiasi slogan la dimensione raggiunta dal Festival. A Casa Sanremo si incrociano carriere e visioni. Qui si è svolto anche il Gran Galà della Stampa, momento ad alta densità mediatica che ha visto il saluto istituzionale di Carlo Conti, accolto da una platea di addetti ai lavori e operatori dell’informazione. Tra talk, incontri e omaggi – incluso quello sempre vivo a Lucio Dalla – si respira la consapevolezza di trovarsi dentro uno degli snodi più influenti della musica italiana. E poi c’è il mare. Al largo di Sanremo la nave Costa Toscana aggiunge un ulteriore livello allo spettacolo. A bordo, il live di Max Pezzali trasforma la crociera in un’estensione galleggiante del Festival: pubblico compatto, atmosfera anni ’90 che torna contemporanea, coro collettivo che si sente fin sulla costa. Poi arriva la sera. Prendere posto in platea al Teatro Ariston per la prima serata del Festival di Sanremo significa entrare in una dimensione sospesa. Le luci si abbassano, il brusio si spegne, l’orchestra attacca. L’applauso non è solo suono: è pressione fisica. È attesa condivisa. Dal vivo tutto è più netto. Gli sguardi, le esitazioni, i micro-secondi prima di un ritornello. La televisione racconta, ma in sala si sente il peso reale di ogni nota. Quando esco dall’Ariston la notte è ancora giovane. Il Teatro del Casinò di Sanremo riaccende il racconto con il Dopofestival, mentre radio, hotel ed eventi paralleli continuano a generare incontri e narrazioni. Sanremo non si spegne: si trasforma. Dopo giorni immersa in questa macchina perfettamente imperfetta, una cosa è chiara. Qui non si racconta soltanto la musica. Si racconta l’Italia che cambia, che si specchia, che sogna. Si intrecciano tradizione e contemporaneità, memoria e streaming. E mentre le luci dell’Ariston si abbassano e l’eco dell’ultimo applauso resta sospeso nell’aria, capisco che il vero potere di Sanremo non è nella competizione. È nell’emozione collettiva. In quel momento preciso in cui migliaia di persone – in sala, in piazza, in mare e davanti a uno schermo – sentono la stessa cosa nello stesso istante. Ed è lì che il Festival, ancora una volta, diventa storia. Alessia Bodei inviata speciale Big Mood.