INTERVIEW
IVAN CATTANEO
Considerare Ivan Cattaneo come un semplice cantautore sarebbe un errore di prospettiva, poiché il suo percorso ultra-cinquantennale rivela la figura di un “manipolatore di energie creative”. Dalle sperimentazioni vocali degli esordi alla “lebbra a pois” del successo revival anni ’80, la sua produzione rappresenta un esempio di multimedialità totale che spazia dal canto al mimo, dalla pittura al teatro. Già nel 1977, Cattaneo anticipava di decenni il concetto di arte sensoriale con la T.U.V.O.G. Art (Tatto, Udito, Vista, Olfatto, Gusto), una provocazione dadaista che legava ogni canzone a specifiche sensazioni tattili, odori e visioni pittoriche. Se il grande pubblico lo ricorda per l’operazione di “archeologia moderna” legata ai successi degli anni ’60, la sua vera essenza risiede nel rifiuto del conformismo e in un flusso vitale inarrestabile che il critico Giovanni Granzotto paragona a un terremoto o a un’eruzione continua di proposte intelligenti. Il cuore pulsante della sua attuale ricerca visiva è il ciclo “IO FACCIO-FACCE!”, in cui l’artista scruta il volto umano come il paesaggio più misterioso e intercambiabile, frantumandolo e ricomponendolo come in uno specchio rotto. In queste opere “isteriche”, la pittura convive con una tecnica mista estrema che include collage di oggetti quotidiani, amuleti, conchiglie e persino tracce organiche, nel tentativo di recuperare un’unicità che vada oltre la riproducibilità seriale della Pop Art o la freddezza del digitale. Cattaneo utilizza l’arte per nobilitare elementi dimenticati, rimescolando l’oggetto-vita al pigmento per esorcizzare la nostalgia e il drammatico desiderio umano di rimanere eterni. Oggi, l’artista prosegue questa indagine attraverso il monumentale progetto “DUE.I” (o Zoocietà Due.000), un cofanetto multimediale che raccoglie un romanzo cartaceo, poesie, aforismi e DVD di Video-Art intesa come Tableau Mouvant, ovvero quadri in movimento arricchiti da manipolazioni sonore. Nonostante le incursioni nei reality show – vissuti come necessità economica in un sistema televisivo che ha azzerato gli spazi per la musica – Cattaneo resta un “animale” spirituale e anarchico che vive nel “qui e ora”. La sua attività continua a muoversi tra concerti e mostre, sostenuta dalla convinzione che il senso profondo della cultura sia la consolazione: uno strumento per ridare significato all’esistenza attraverso lo stupore dell’invenzione e la creazione di mondi visivi e sonori originali.
Ivan, lei si muove da sempre tra diverse discipline. Come definirebbe oggi la sua identità creativa? Mi considero un “manipolatore di energie creative”. In oltre cinquant’anni di attività, musica e pittura non sono mai state separate. Sin da bambino, a Piani-co, ritagliavo volti dalle riviste per ricrearne di nuovi; oggi quel gioco continua. Per me l’arte è un flusso inarrestabile, l’unico strumento capace di dare ordine al turbamento dei sensi.
Nel 1977 ha proposto la T.U.V.O.G. Art. Qual era l’obiettivo di quel pro-getto? Era un concetto di esperienza totale che coinvolgeva Tatto, Udito, Vista, Olfatto e Gusto. Nata con l’etichetta d’avanguardia L’Ultima Spiaggia, l’idea era che la musica non dovesse limitarsi all’ascolto, ma potesse essere percepita attraverso tutti i sensi, inclusi i quadri che accompagnavano i brani. Era una provocazione dadaista, un modo per superare i confini della “canzonetta”.
La sua pittura attuale si concentra sul ciclo “IO FACCIO-FACCE!”. Da dove nasce questa indagine sul volto? Scruto il volto umano come il paesaggio più strabiliante e intercambiabile. Lo chiamo “universo-viso”. Ricompongo i lineamenti per creare quelli che definisco “Visi Di/Visi”. È un modo per recuperare l’unicità dell’individuo contro l’appiattimento dei social e della riproduzione in serie tipica della modernità antiquata.
Le sue tele colpiscono per la forte componente materica. Quali materiali utilizza? Uso acrilici e spray industriali, ma anche sassi, conchiglie, spillette e tessuti. Questi oggetti lasciano sulla tela un’impronta che definisco “fossile pittorici”. Mescolo l’oggetto quotidiano al pigmento per esorcizzare la nostalgia e il desiderio umano di restare eterni, cercando il Bello anche attraverso forme non convenzionali.
Lei ha frequentato la Londra degli anni ’70 incontrando figure come Francis Bacon e Brian Eno. Cosa ha portato con sé da quel mondo? È stata la mia scuola di libertà. In quegli anni ho respirato un’aria underground che ha segnato profondamente la mia visione, conoscendo artisti come Mark Edwards e Marc Bolan. Al mio ritorno in Italia, quella “stravaganza” era così evidente che mi valse persino l’esonero dal servizio militare.
Come vive oggi il rapporto con il mezzo televisivo e i reality show? Li considero una necessità per “guadagnarsi la pagnotta”. Purtroppo la TV attuale ha ridotto drasticamente gli spazi per la ricerca musicale, preferendo le dinamiche del gossip o della competizione. Tuttavia, resto un “animale” spirituale che preferisce concentrarsi sulla creazione e sulla meditazione quotidiana piuttosto che sulla logica del Colosseo mediatico.
Il suo nuovo lavoro multimediale si chiama “DUE.I”. Di cosa si tratta? È un cofanetto multimediale, un “oggetto di culto” che racchiude il mio intero mondo: un romanzo dal titolo Titanic Orchestra, poesie, aforismi e DVD di Video-Art. Questi ultimi sono concepiti come Tableau Mouvant, ovvero quadri in movimento che uniscono immagine e manipolazione sonora.
Quali sono i suoi prossimi passi? Sto progettando uno spettacolo per piccoli teatri dove riunirò ogni mio linguaggio: il canto, la recitazione e la video-arte come scenografia. Voglio tornare a un contatto diretto con il pubblico, dove l’invenzione possa ancora generare stupore e consolazione.